Che fine faranno le foreste?

C’è stato un tempo in cui l’Europa era ricoperta di foreste. Le grandi pianure del centro e del nord hanno dato la sua a innumerevoli racconti fantastici e fiabe quasi tutti ambientati nel tenebroso bosco, di cui si aveva paura, tanto era intricato (ricordate San Francesco e il lupo che viveva ai margini della città?). L’uomo ha tradizionalmente disboscato le foreste per coltivare terreni e allevare bestiame, spesso ottenendo quale risultato la creazione di zone desertiche, come nel Sahara occidentale o negli Stati Uniti. L’avvento del carbone, come combustibile da sostituire al legno, l’uso di fertilizzanti economici e di varietà di grano ad alta resa, nonché la presa di coscienza della preservazione del suolo consentono oggi di attuare delle politiche di salvaguardie contro decisioni assennate, che peraltro continuano. Il dramma del polmone verde della foresta Amazzonica è sotto gli occhi di tutti: viene disboscata per ottenere ettari liberi per coltivare frumento, ma non per alimentazione, quanto per produrre bio-etanolo.

Nel mondo in via di sviluppo la situazione non è dissimile. Si prevede che nel corso dei prossimi 30 anni 2 bambini su 3 nasceranno nelle aree non ancora sviluppate, nelle nazioni più povere del mondo, che hanno “la necessità” di disboscare per aprirsi nuovi spazi, anziché soluzioni tecnologiche intelligenti.

L’indicazione più ampiamente diffusa della crisi deprimente e politicamente esplosiva è l’uso della coltivazione ciclica in modo estensivo, con metodi agricoli di maggese ad opera della foresta. Quentin termini descrivono un sistema di produzione per mezzo del quale un’area di vegetazione naturale, di solito giungla o foresta temperata, viene bruciata, tagliata e dissodata, quindi coltivata per qualche stagione, fino quando il terreno diventa troppo poco fertile per produrre un raccolto utile. A questo punto occorre addentrarsi più in profondità nella foresta, alla ricerca di nuove aree da disboscare. Nel periodo in cui la crescita della popolazione era un problema meno pressante, questo sistema poteva andare bene, in quanto l’intervallo di maggese tra turni successivi di diboscamento consentiva ad un’area lasciata incolta di sviluppare un mantello di alberi sotto il quale si ricreava un terreno fertile. Oggi non è più così. E lo si vede anche in Canada, con gli incendi che hanno mangiato di ettari di boschi in Alberta: i cambiamenti climatici producono eventi sempre più disastrosi, con stagioni di forte calura e aridità che spingono gli incendi, consumando dei giganteschi boschi di cui abbiamo un disperato bisogno.

La speranza, oltre che nella coscienza collettiva, è nella sperimentazione di diverse forme di agricoltura, con rotazioni mento intensive e la sostituzione di piantagioni di alberi, nei periodi intermedi, tra un ciclo e l’altro.