Italia: il paese del dissesto idrogeologico

Il maltempo in Italia sembra aver assunto una dimensione tragica, quasi fatalista. Ogni volta che piove c’è qualche torrente che esonda, i tombini saltano, delle città vengono allagate. È successo a Milano, a Roma, a Genova, a Vicenza, a Catania, a Olbia e ieri a Benevento. È un problema che riguarda tutto il paese.

allagamentiColpa di tutto ciò può essere attribuita a 3 fattori. Anzitutto quello climatico: negli ultimi venti trenta anni il clima è diventato più estremo. Le stagioni sembrano essersi allungate, dividendosi in due grandi porzioni, una secca e una umida, con un clima dunque quasi tropicale. In verità è il bacino del Mediterraneo che sta conoscendo una piccola fase di tropicalizzazione: la temperatura dell’acqua è mediamente più alta che in passato e si formano spesso mini vortici che procedono da sud, sud-ovest, investendo le regioni tirreniche. I fenomeni sono diventati più violenti: assistiamo sempre più a trombe d’aria (tornado) che si formano nella pianura padana e al largo delle coste della Liguria e della Sardegna. In Veneto ed Emilia-Romagna spesso sono distruttive. Le piogge sembrano molto più intense.

I danni però sono quasi tutti da attribuire all’incuria dell’uomo: emblematico il caso di Olbia, che dopo essere stata colpita da una distruttiva alluvione nel 2013, ha conosciuto un nuovo maxi allagamento poche settimane fa, nelle stesse identiche modalità della volta scorsa. A creare l’esondazione di un torrente urbano è stata l’incuria del canale, la mancata pulizia dei letti, la costruzione di un ponte che creava una diga artificiale. In Liguria accade lo stesso. Questa incuria è colpevole almeno quanto la delittuosa abitudine di costruire in terreni fragili a forte rischio idrogeologico.

E qui veniamo alla terza ragione, che si innesta con la seconda (l’incuria dell’uomo). L’Italia ha una orogenesi particolare. Nello stivale è lunga e stretta contraddistinta da una linea di spartiacque che si ammassa fin lungo le coste (l’Appennino). Ne deriva che i fiumi che scendono dai monti sono brevi, ma tumultuosi quando aumenta la portata (si pensi alla piena dell’Arno nel 1966). A Roma ogniqualvolta il Tevere sale di livello c’è da mettersi le mani nei capelli, perché i rischio di superamento degli argini è sempre molto elevato. Questa particolare situazione geologica doveva consigliare di non costruire troppo a ridosso di costoni, di sfiancare le montagne, spianare le colline e costruire addosso ai fiumiciattoli che scendono dai monti. Eppure lo abbiamo fatto e nemmeno costruendo in verticale, come hanno fatto altrove. La cementificazione selvaggia è incompatibile con lo stato del nostro terreno, fragile, sconnesso, difficile da domare.

Quindi, in definitiva non deve sorprendere che a ogni pioggia forte corrisponda un allarme. Purtroppo dobbiamo fare i conti con delle politiche urbanistiche inesistenti e con la mancanza di volontà politica rispetto al sistema idrogeologico. Sistemare dighe, canali, muri, letti di fiume evidentemente porta meno voti che promuovere politiche razziste.