Le coltivazioni nei paesi in via di sviluppo

Se il raccolto complessivo prodotto ogni anno dai coltivatori di tutto il mondo fosse consumato dalla popolazione umana, la fame risulterebbe eliminata ovunque, con buona pace delle miss di tutto il mondo che si augurano pace e fine delle carestie ovunque. Sta di fatto che insetti, roditori e funghi divorano da soli centinaia di milioni di tonnellate di cereali: esattamente la metà di questo quantitativo basterebbe a sfamare la popolazione sottonutrita del pianeta. Questi fatti sono una misura dell’importanza della tecnologia che si sta attualmente approntando a sostegno dell’agricoltura OGM su scala internazionale.

Durante gli anni Sessanta e Settanta, il suolo agricolo mondiale venne aumentato di estensione per un’area pari a due volte e mezza la superficie della Francia. Ciò costituiva un incremento di circa il 10% di tutto il terreno arabile presente sul globo, una proporzione che sembra impressionante fintanto che non viene confrontata con il 40 per cento di aumento della popolazione mondiale nello stesso periodo. E nell’ultimo trentennio, 1980-2010, la situazione è addirittura peggiorata, in quanto migliaia e migliaia di ettari della superficie coltivabile non sono stati destinati a tappare le buche create dal mal nutrizione, ma per creare energia alternativa, facendo crescere paradossalmente il costo del grano. Sino a pochi decenni fa, gli agronomi si sono concentrati sullo sviluppo di nuove varietà genetiche di frumento, di nuovi fertilizzanti e insetticidi chimici, di nuovi macchinari agricoli, senza valutare a pieno le implicazioni di più vasta portata. E’ stato così che la fiducia originata dai rapidi aumenti di produttività durante gli anni della “rivoluzione verde” ha gradualmente ceduto alla delusione. L’insufficienza dei raccolti agricoli risultò aggravata dalla contaminazione dei corsi d’acqua da parte degli stessi fertilizzanti ed insetticidi chimici che avevano sostenuto le speranze di una resa migliore. I macchinari si rivelarono mal adattati ai tipi di agricoltura cui furono applicati; la terra fu super-sfruttata da coltivazioni troppo intensive e le nuove tecnologie furono impropriamente impiegate. Una volta partiti gli esperti, tornarono ad essere selvagge regioni che erano state oggetto di sofisticati progetti di sviluppo agricolo. Alla luce di tutti questi riscontri, è oggi divenuta chiara la necessità di un approccio molto più articolato al problema dell’alimentazione.

Gli scienziati della FAO (Food and Agricultural Organization, con sede a Roma) delle Nazioni Unite hanno calcolato che, nonostante l’applicazione crescente di fertilizzanti, dai 6 ai 12 milioni di ettari di terreno, ogni anno vengono sottratti all’impiego agricolo solo per il cattivo uso. Di solito queste aree sono state depauperate delle loro risorse nutritive. Costosi concimi azotati non rientrano nelle possibilità di molti coltivatori dei paesi in via di sviluppo, e per tale motivo si stanno cercando soluzioni alternative più economiche. Ammoniaca, urea e nitrato d’ammonio sono tra i prodotti che sono stati maggiormente nei campi delle nazioni agricole più avanzate, mentre oggi sorge spontanea la dicotomia tra organismi geneticamente modificati (OGM) e prodotti biologici. Per quanto possa sembrare strano, il dibattito non è solo filosofico, di concetto, di idea del prodotto naturale, ma anche e soprattutto economico.

Gli organismi geneticamente modificati sono selezionati per rendere maggiormente in termini di produzione, vengono cioè modificati per resistere a funghi, insetti e dissesti temporanei, in modo da assicurarsi una produzione costante, rotativa, senza sorprese. E’ un tipo di agricoltura che usa la scienza per dare una certezza di ritorno economico. A fronte di questa estensiva coltivazione di migliaia di ettari, per produrre vegetali di tutti i tipi che arrivano regolarmente nelle case di molte famiglie americane ed europee, si contrappone il desiderio di tornare ai sani prodotti di casa nostra, coltivati a pochi chilometri dai mercati cittadini. Il desiderio di avere prodotti di massa coltivati biologicamente, senza nemmeno l’aiuto di pesticidi è molto alto in una società profondamente urbanizzata e inquinata come la nostra. Ma certo non può essere considerata, su larga scala, una soluzione ai problemi di fitopatologia che affliggono i campi arati di tutto il mondo.