Scarsità economica delle fonti energetiche: il petrolio

La crisi energetica è stata e rimane determinata non tanto da una scarsità fisica (in fondo la terra è veramente un grande posto in termini di estensione), ma da una scarsità economica delle risorse, nel senso che l’onere richiesto per sfruttarle è crescente e quindi i prezzi a cui devono essere vendute risultano elevati. Poiché investire nell’estrazione di fonti di energia è un’operazione limitata dalle richieste e dalle convenienze di investimenti alternativi (lo stesso si può dire per l’acquisto di energia da parte dell’utente), gli accresciuti oneri a livello di investimenti e di consumi energetici rendono le fonti di energia scarse in quanto la loro disponibilità oltre certi livelli urta contro insuperabili vincoli finanziari. Al di là delle speculazioni congiunturali, questa scarsità economica anticipa in un certo senso la scarsità fisica delle risorse. Nel caso del petrolio, per esempio, i pozzi del Golfo Persico richiedono un costo di estrazione nel 2008 era di 13 dollari per barile. In previsione di un esaurimento o di una insufficienza del greggio in Medio Oriente, si è dovuto cercare petrolio altrove, in regioni e in condizioni ambientali molto meno facili.

Costi di estrazione

Pozzi-petroliferiIl Medio Oriente poi, col passare degli anni e soprattutto con la fine del mondo dei due blocchi contrapposti è diventato molto più instabile. A parte la guerra di confine tra Iraq e Iran che ha imperversato per quasi un decennio, ci sono state molte importanti guerre come le due combattute sul Golfo contro Saddam Hussein. I continui attriti con l’Iran e la Guerra in Afghanistan, per non dire del caos provocato dalle rivolte arabe del 2011 e che da ultimo hanno coinvolto la Siria, dove ormai agisce indisturbata la rivolta armata dell’IS tendente a costituire un califfato islamico, approfittando delle debolezze del governo iracheno e quelle del regime di Damasco. Nondimeno, uscire dal comodo deserto della penisola arabica ha comportato un innalzamento dei prezzi per l’estrazione del greggio in alter parti. Per i giacimenti del mare del Nord, l’investimento per l’impianto dei pozzi era dieci volte più alto che per quello in Arabia Saudita, dovendosi lavorare su piattaforme in mari molto tempestosi. Non mancano poi le continue crisi politiche che toccano di tanto in tanto gli altri grandi produttori. Insomma, il requisito della stabilità è necessario all’abbassamento del prezzo proprio nel momento in cui la domanda aumenta, per lo sviluppo accentuato di paesi come Cina, India, Vietnam e Indonesia, che da soli rappresentano in pratica quasi la metà della popolazione mondiale. Popolazione affamata di energia.

Chi non se la passa male, in caso di aumenti del petrolio, sono le compagnie multinazionali che aumentano gli introiti, gestendo in maniera ancora più aggressiva il mercato mondiale del greggio. Esse, in tal modo realizzano tre obiettivi fondamentali in un sol colpo: si autofinanziano per investire in nuovi giacimenti, rendendo il petrolio estratto da questi sufficientemente competitivo per ottenere un profitto; mettono in gioco altre fonti di energia, consentendo loro di agire in più direzioni, mantenendo il prezzo del petrolio sufficientemente alto, ma non troppo per essere abbandonato a scapito di altre fonti.

La fine del petrolio

Da molto tempo, almeno fin dal 1973 l’anno della crisi petrolifera, ci si domanda come farà l’umanità a convertire la propria economica dipendente dal petrolio e in che cosa. La rincorsa ad altre fonti di energia è valida per alcuni casi (nucleare, idroelettrico, solare, eolico) ma non per altri. Petrolio oggi significa movimento, trasformazione, materiale plastico, grande elasticità e disponibilità a prezzi tutto sommato abbordabili. Il dibattito sulla fine del petrolio va avanti da quarant’anni, ma ogni anno si scoprono nuovi giacimenti e dopotutto una politica per il futuro, deve scontrarsi col fatto oggettivo e tutto sommato comprensibile che non riguarda noi e forse nemmeno i nostri figli.